"1982 – Quarantadue/Venticinque" - Blogospite: Rebelot
“Lì, poco più avanti, siamo quasi arrivati”. Mio padre mi indica il posto, proprio quel tornante stretto stretto, nel quale l’asfalto pare che cambi addirittura pendenza in orizzontale e non solo in verticale. Faccio fatica a salire a piedi, l’auto l’abbiamo lasciata più sotto, ma la scarpinata è finalmente quasi finita. Saranno stati due chilometri di ascesa, per le mie gambe corte e paffute, lungo quella strada che odora ancora di asfalto bagnato di rugiada e già di sottobosco macerato continuamente dagli acquazzoni e dal sole di una anticipata estate, in attesa di un futuro autunno più confortevole.
E’ qualcosa di significativo, essere lì insieme, solo noi due: ci siamo alzati presto, con Milano che ancora sonnecchiava, ed abbiamo incontrato solo qualche tram sferragliare per le vie deserte, percorse con la nostra 131 bianca. Autostrada, cappuccino e brioche al grill, e sul sedile c’é lo zaino riempito con la dotazione d’ordinanza: bottiglia d’acqua, lattina di cocacola e billy (per me), birra peroni (per lui), sacchetto di carta per i panini (cotto e formaggio, preparati dalla mamma che se ne è poi tornata a letto), mele, felpa e kway che non si sa mai se abbiamo freddo o piove.
Poi la coda sulla statale, la paura di non fare in tempo ad arrivare, la polizia che ci fa passare con il contagocce dalle transenne controllando gli accessi. Ma è tutto ok, papà non perde il sorriso, mi tiene la spalla: facciamo in tempo, mi dice, rispondendo a voce ai miei sguardi un po’ inquieti.
Quando vedo la mèta mi tranquillizzo. Ci appostiamo in quel punto, che lui conosce bene. Guardo l’orologio e non dovrebbe oramai manca molto. E’ la mia prima volta lì, e l’emozione mi prende che non riesco nemmeno a sbocconcellare il cibo, mentre mio padre lo finisce di gusto, ora che è pomeriggio inoltrato. Stiamo seduti, oltre il guard rail, su una pietra che pare messa apposta a fungere di panchina. Lungo la strada vi sono altre persone che chiacchierano, ridono, discutono. Siamo molti, qui, in questo martedì di fine maggio.
Da lì a poco passano molte auto, che prima non avevo notate. Sono tutte colorate, con grandi scritte sulle fiancate, e molte moto. Pian piano che il corteo rombante passa, cresce l’attesa. Un tizio con un enorme frigorifero in mano, una cassetta blu con il coperchio bianco, di plastica, tipo quella che lo zio porta ai picnic quando andiamo per funghi dice “Gelati!”. Mio papà si avvicina, e mi compra un Liuk, il mio ghiacciolo preferito: inizio a divorare il limone dal sapore artificiale, un po’ già scongelato a dire il vero, in attesa di assaporarne il bastoncino di liquirizia.
Quand’ecco, proprio in quel momento, che da sotto, laggiù in fondo, prima del tornante più in basso, vedo bene qualcosa brillare, e iniziare a salire rapido dalla curva. Guardo avvicinarsi quelle macchine umane, quell’insieme solidale di muscoli e metallo, e cresce il silenzio delle persone attorno a noi, che cercano di scrutare. Si sono zittite tutte e, per un interminabile secondo, si sente solo un muto girare di ingranaggi secchi e di corone dentellate e palmer che frusciano e catene tirate che strappano centimetri alla strada: dura un attimo.
Quando il gruppetto si avvicina, all’unisono, come se un direttore d’orchestra l’avesse ordinato, le mani scivolano sulla leva e un rumore sordo sposta il deragliatore posteriore e, l’ultima possibilità, l’ultima risorsa vien loro in soccorso: sul pignone è il momento del venticinque, proprio un impercettibile attimo prima che un clacson di moto irrompa nell’irrealtà di quell’istante; quindi, scoppia la festa.
Imprevedibile, irragionevole, incredibile: si agitano mani, si urlano nomi, qualcuno lascia il fiato per correre tre metri accanto, taluni guardano composti, altri saltellano sul posto, uno è fermo con la bocca aperta, mentre il suo amico cerca affannosamente sul giornale dei numeri. In un Hemingwayano clamore mi scorrono davanti gocce di sudore, visi deformati dalle smorfie, pelli bruciate dal sole, simboli di fatiche umane epiche ma non ultime, poiché vi sanno ancora tornanti da mordere e salite sulle quali arrancare, oggi stesso più avanti, ma anche domani, tra dieci anni.
Mi pare di stare lì una mezz’ora, quando in realtà saranno stati solo venti secondi o poco più: mi trovo con il Liuk che si sta sciogliendo sul bastoncino e che cola sulle dita irrimediabilmente impiastricciate, stupito, rapito da un’estasi fanciullesca a godermi quel fulmineo spettacolo che vale una giornata di lezione persa a scuola; una storia indimenticabile, sospesa tra la metafora della vita e la vita stessa, e che conta più di tante delle parole scritte sul mio sussidiario di terza elementare.
Etichette: Chez Superlau

4 Comments:
...azzzz,vuoi vedere che, io e il rebelot quel pomeriggio di fine maggio del 1982 eravamo entrambi sulla stessa salita del giro d'italia,precisamente sui colli di s.fermo della tappa n°x bergamo?-colli di s.fermo(bg)...avevo 9anni e 1/2..a quel'età conta!!!mi sono fatto 10km a piedi quasi tutti in salita x vedere il mio idolo BEPPE SARONNI...quel giorno battuto "solo" da lucien van impe e 3 scalatori iberici...e poi vincitore finale del giro d'italia...mi ricordo ancora quando mi passò a 30cm avevo la pelle d'oca...........
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max, at 12/6/09 16:42
gravissimo errore da parter mia,era l'83 :-(((((((((((
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max, at 13/6/09 14:35
Complimenti per il bellissimo racconto da pelle d'oca per chi come me ama il ciclismo,Grazie
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Franz S, at 15/6/09 01:22
Bello il celato riferimento a "Domenica bestiale" di Concato.
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pieroooo, at 17/6/09 20:52
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